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di e con Mario Barzaghi
progetto luci Marcello D'Agostino
scenografia e oggetti di scena Maria Donata Papadia
collaborazione alla regia Alberto Grilli
I primi otto canti vengono smontati e ricomposti. Tre i personaggi: Un uomo rinchiuso, Dante, e Virgilio che lo incalza inesorabilmente: "L'anima tua è da viltade offesa". I dialoghi: "all'osso", l'assenza dei personaggi: storici, isolano e ingigantiscono la figura di Virgilio. Il succedersi delle "visioni", le situazioni di gruppo, fanno di questo spettacolo un dantesco "solitario" teatrale.
Un attore, solo, un personaggio rinchiuso emerge dal buio dello spazio teatrale: si sta accingendo ad affrontare un viaggio arduo, doloroso, titanico, senza appigli né aiuto; un'avventura scandita dalla potenza evocativa e visionaria dei primi otto canti dell'Inferno dantesco.
Si avverte come un leggero fremito e un'energia trattenuta e consapevole della difficoltà dell'impresa dietro la staticità del corpo e il tono pacato della sua voce narrante. Si racconta al pubblico la storia di un uomo che cerca in solitudine, di un viandante che si mette alla prova attraversando luoghi bui e paurosi: una storia così simile a quella tormentata del grande Antonin Artaud, ma anche, per certi aspetti, a quella personale dello stesso attore.
Il nucleo dello spettacolo è nato da esperienze e materiali elaborati nel periodo svizzero presso l'Atelier de Travail Théatral Arsenic di Losanna.
Mario Barzaghi affronta i primi otto canti dell'Inferno dantesco, smontati e ricomposti alla luce di una rilettura che accosta la figura del poeta, ridotto a nudo personaggio solitario, che ricerca dolorosamente la "sua" strada in un luogo "d'ogne luce muto", alle allucinate visioni di Artaud. In questo rigoroso processo di distillazione non ci sono più Virgilio, né i personaggi "storici" che Dante incontra nel suo cammino. Emerge invece, in tutta la sua statura e senza compromessi, la figura dell'uomo pronto ad affrontare le tappe dolorose di questo viaggio iniziatico.
Il problema che si pone Mario Barzaghi è come rendere visibile tale viaggio dopo questo lavoro di sottrazione, come trovare la forza interiore di sostenere i convulsi cambiamenti di tempo, di spazio che rischiano di travolgerlo, "come se il montaggio avesse una sua crudeltà che scardina la persona che mostra, in una sorte di confessione estrema, tutto se stesso".
L'attore ha voluto intrecciare e fare reagire tra loro in una tensione drammatica due differenti livelli culturali apparentemente antitetici, due tradizioni ricche di significato e di simbologia: quella dell'opera dantesca, vero archetipo della nostra lingua e dell'intera cultura occidentale, e quella della tradizione classica indiana, costituita dalla danza kathakali.
La secolare sapienza scenica di questa forma d'arte, così ricca di espressività corporea e gestuale rigidamente formalizzata in ogni dettaglio, capace di rendere "visibile" la poesia, amplifica la potenza espressiva ed evocativa del testo dantesco e si individua in filigrana nella svolgersi delle varie sequenze. I personaggi che appaiono agli occhi dello spettatore, Caronte, i mille diavoli, o il dannato che si dibatte nella palude infernale, vanno colti ed apprezzati anche nella loro fisicità diretta, nelle posture, nella mimica facciale, nei movimenti precisi degli occhi, delle dita, delle braccia, nella segmentazione, nell'energia modulata dall'attore secondo lo stile kathakali.
La ricchezza espressiva del corpo si integra con l'uso non convenzionale della voce, e con la rottura della sintassi. I Frammenti divini diventano così palestra per spingere il confronto col testo dantesco in territori di frontiera, dove i cambi di tonalità, le assonanze/dissonanze, il timbro, il ritmo, il colore e l'intimo respiro di ogni verso evocano atmosfere e si fanno esse stesse movimento vitale, veicolo emblematico di un lavoro d'attore costruito pazientemente giorno dopo giorno.